Giovedì 11 Marzo 2010 19:18
Ogni arte è insieme superficie e simbolo. Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio. (Oscar Wilde)
Uscito il 27 Novembre nelle sale cinematografiche, Dorian Gray è il nuovo film di Oliver Parker ispirato all'omonimo capolavoro di Oscar Wilde.
Il regista si è già occupato in passato di film sulla base delle opere dell'autore inglese (Un marito ideale nel 1999 e L'importanza di chiamarsi Ernest nel 2002) ma questa volta la pellicola vede come protagonista l'affascinante Ben Barnes nei panni di Dorian, il giovane indirizzato sulla via del culto della bellezza e della perdizione da Lord Henry (Colin Firth). Ben Chaplin intepreta invece Basil Hallward, l'autore del dipinto dalla straordinaria bellezza, che poi invecchierà al posto di Dorian stesso, lasciandolo con l'aspetto di ventenne per ben cinquanta anni, mentre Rachel Hurd-Wood è messa alla prova nella parte di Sybil Vane. Un cast ricco, che promette senza dubbio bene.
Già dal trailer e dai brevi spezzoni del film che qualche giorno prima dell'uscita circolavano sul web, è evidente come Parker abbia scelto un'atmosfera particolarmente tetra - forse persino gotica -, ma suggestiva. Immagini costruite su colori cupi, colpi di scena, adrenalina, sensualità. Feste dell'alta società, sfarzo ed eccentricità nelle decorazioni e negli abiti, il tutto contrapposto al degrado nei quartieri più poveri, ai bordelli. Passioni, intrighi, tradimenti e complotti. Insomma, una perfetta riproduzione della Londra vittoriana di fine 800, teatro di ogni dissolutezza e tentazione, mentre in apparenza sul palcoscenico tutti sembravano seguire gli stili di vita più casti ed ingenui.
The Victorian Compromise è quindi lo sfondo su cui si innesta il romanzo più famoso di Wilde e il film di Parker, un'epoca di cui dopo tanti anni subiamo ancora il fascino - forse perchè vi ritroviamo molti aspetti ancora attuali? -, ma che ha un significato molto più profondo. Si tratta dell'eterno binomio tra essere e apparire, tra l'essenza e l'apparenza. Per Dorian la differenza non esiste: è la sua stessa vita ad essere un'opera d'arte, è l'esistenza dell'esteta che si contrappone rigidamente alla morale comune e a tutto ciò che è consuetudine. La stessa continua ricerca del piacere lo richiede, del resto. Peccato sia destinata a fallire, nonostante i tentativi, gli sforzi e la disperazione che porta ad uccidere e ad uccidersi.
Oscar Wilde ci mostra come alla fine sia la natura con tutta la sua eterna forza a vincere e a condurre Dorian alla sua inevitabile fine, mentre l'unica cosa che resta per sempre è solo la bellezza in sè e quindi il quadro, che infatti ritorna giovane e perfetto come prima. L'arte - quella vera - è ciò che sopravvive al tempo e al degrado e in centododici minuti il film cattura lo spettatore nella sua sensuale atmosfera, insegnandogli questa preziosa lezione.